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    THE BLANK BOARD | INTERVISTA A FILIPPO BERTA
    THE BLANK BOARD | INTERVISTA A FILIPPO BERTA
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    THE BLANK BOARD

    un progetto a cura di Martina Dierico, Clara Scola e Maria Zanchi

    Intervista: Martina Dierico e Clara Scola

     

    In occasione di ArtDate 2015 ogni Studio Visit sarà accompagnato da una colonna sonora. A differenza di altri artisti che hanno chiesto ad un compositore di realizzare la colonna sonora, tu hai deciso di utilizzare l’audio di una tua performance. Ce ne puoi parlare?

    Il rumore prodotto dal gesto offre tridimensionalità alla performance, rendendone la percezione più complessa. In tal senso, non è una colonna sonora d’accompagnamento, ma una naturale conseguenza libera da codici. Ho voluto distaccarmi dal concetto di musica come un rumore costruito e organizzato per condividere con gli altri un “rumore informe”.

    Quali lavori presenterai durante lo Studio Visit?

    È mia attitudine cercare con l’altro un dialogo informale e orizzontale. Di conseguenza, non ci sarà una scaletta prestabilita, ma una conversazione sviluppata in funzione alle peculiarità dell’incontro. In aggiunta, è prevista una postazione da dove poter scegliere e vedere i miei video, grazie a un menù interattivo.

    Quali sono i temi che tratti nel tuo lavoro? E che ruolo ha la performance nella tua ricerca?

    Indago le tensioni insite nell’individuo e nella società di cui fa parte, prodotte dalla fallimentare ricerca della forma perfetta o dalla paradossale coesistenza tra la necessità di disobbedire e l’auto-imposizione di codici. Queste condizioni producono disarmonie e dualismi che cerco di sintetizzare e raccontare, facendo uso dell’estetica come mezzo di comunicazione e non come un fine. Nelle mie performance l’essere umano, soggetto della mia ricerca, si auto rappresenta attraverso piccoli gesti che fanno parte dell’immaginario collettivo.

    Per te è necessario creare un rapporto particolare con le persone che partecipano alle tue azioni?

    Chi decide di partecipare conferisce un personale significato al gesto da compiere. Di conseguenza, nasce spontaneamente un rapporto esclusivo tra me e le persone invitate.
    Di forte intensità furono le relazioni che intrapresi con gli immigrati coinvolti nella performance Canzonette (2008), realizzata negli spazi pubblici di Bergamo. In questa performance gli immigrati fischiettarono una canzone popolare bergamasca e dal lato opposto della strada i cittadini si fermano attratti dalla melodia e dall’insolita situazione. In questo modo, l’immigrato e il nativo si trovarono a faccia a faccia e la distanza che nella vita sociale li separa in quel momento diventò uno spazio concreto.

    Nelle tue opere ricorrono sempre forme rigorose e geometriche, perché?

    La responsabilità dell’artista è sintetizzare in un’immagine ampie argomentazioni. Questo non significa produrre un lavoro ermetico perché la complessità va espressa semplicemente. Le forme geometriche sono di facile lettura e non lasciano scampo allo spettatore. Nel mio caso sono le persone coinvolte a generare forme geometriche, che diventano metafora visiva di una condizione di vita sociale o individuale.

    Hai una formazione da geometra ed in passato hai lavorato in uno studio, come ti sei avvicinato al mondo dell’arte?

    Non ho una formazione accademica tradizionale e non conoscevo l’arte contemporanea. Rimasi colpito dalla libertà d’espressione raggiunta in questo campo artistico. A quel punto, decisi di fare uso di queste forme estetiche per comunicare un’urgenza, condivisibile o rinnegabile. A riguardo, bisogna essere coscienti che un artista di ricerca non otterrà mai solo accondiscendenze, proprio perché sta cercando di comunicare qualcosa. I panni del “corretto politicamente” stanno stretti a chi fa ricerca.

    Quando hai pensato di organizzare il brunch che ci sarà durante il tuo Studio Visit ti sei collegato alla tua prima performance per ArtDate dove avevi già creato una situazione in cui si creava una relazione con il cibo?

    Dovendo associare allo Studio Visit una traccia sonora, ho pensato al rumore prodotto dal gruppo di uomini coinvolti nella performance Concerto per solisti (2012). Essi erano seduti al tavolo di una mensa e ognuno beveva del brodo enfatizzando ogni sorso succhiando con forza dal cucchiaio, così da emettere un rumore invadente. In questo modo, il tentativo del singolo di distinguersi da una collettività uniformante (lo stesso piatto, lo stesso tavolo, la stessa sedia…) si rivelò fallimentare in una parodistica competizione in cui tutti cercarono di sovrastarsi. Questa manifestazione del proprio Io durante l’atto di nutrirsi, sarà ossessivamente presente durante il brunch per mezzo di casse amplificate dislocate nello spazio.

     

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